Il Figlio
Quando lasciammo la Calabria avevo appena cinque anni. A ricordarlo adesso sembra di immaginare la vita di un'altra persona.
Piccolo, magro e lo sembravo ancora di più per via di quegli abiti, troppo grandi e informi. Passati di corpo in corpo, di corpo in corpo.
Mio padre era calzolaio, bravo dicevano, però il confronto era difficile da fare essendo l'unico del paese; se lui si ammalava i paesani dovevano farsi quasi venti km di strada abbarbicata sulle montagne tutta curve e sterrato per raggiungere il calzolaio del paese vicino. Comunque lui era bravo, sarebbe stato pure capace di farle per intero le scarpe, se solo ci fossero stati i clienti ricchi, purtroppo si doveva accontentare di ripararle. Vecchie scarpe fatte e rifatte all'infinito fino a che , un giorno, bisognava comprarle nuove.
Mio padre, a noi figli, faceva un tipo di scarpe per cui tutti i bambini ci ridevano dietro; le ritagliava dalle ruote delle macchine – che ai miei tempi erano ancora una rarità – e le metteva insieme con rimasugli di pelle di capra.
Il giorno in cui partimmo io avevo ai piedi un paio di quelle scarpe che erano state di mio fratello, infatti mi andavano un po' larghe e mia madre me le strinse, avvolgendole intorno alla caviglia, con della corda di juta.
Come eravamo poveri. Tanto, tantissimo. Quel tempo mi sembra così lontano ma non meno doloroso il suo ricordo. Quello che mi pesa di più è il ricordo del silenzio, della solitudine.
Mio padre portava i bagagli più pesanti, valigie e pacchi legati da un doppio giro di corda. Mia madre, più indietro, teneva me per mano e fagotti e pacchi col braccio libero. Poi c erano i miei fratelli, loro portavano dei pacchi sulle spalle, così come oggi i ragazzi portano gli zaini con i libri e il telefonino; ma in quei pacchi, pesanti eh, c'erano i regali per i nostri parenti che stavano a Milano. Il ringraziamento per il fastidio che gli avremmo dato sostando qualche settimana, prima di partire per il Belgio.
L'odore di erba spezzata, di terra, mi sembra di sentirlo ancora oggi. Era piovuto tutta la notte ,e la mattina dopo, quando gli animali erano uscite al pascolo, calpestando e mangiando l'erba, l'odore di origano, menta e caprifoglio selvatici aveva inondato l'aria. Si, questo è l'odore di quel giorno, misto al verde cupo degli alberi che si stagliavano nel cielo ancora grigio di nuvole.
Scendemmo tutti stipati dentro una corriera, giù giù fino al mare. Sembrava di caracollare come sassi dalle montagne.
Io ridevo. I miei fratelli si contenevano abbassando gli occhi. I miei genitori non so. Ricordo che non ci rimproverarono.
Per loro fu molto, molto più difficile.
Il Padre
Mi sfrego le mani. E' un vizio. Le sento dure, callose, ruvide, e non basterà, diventeranno più dure perché io mai ho lavorato la terra, sempre col martello in mano e i chiodini fra i denti sono stato, tirando il cuoio, con l'ago ricurvo a cercare nuovi fori. Finché non c'è altro da dire
-<< compare neanche con un miracolo le posso riparare>>-.
Invece ora mi serve imparare, a quest'età, coi figli già grandi, devo cominciare tutto daccapo. In paese contadini sono, è come va male per me va male anche per loro. Uno mi dice “Belgio”. E dove sta il Belgio? “Maronna mia ma aund'è ! Fora dell'Italia, 'ciù luntanu i Milano, ancora e ancora. Gli servono lavoratori, in miniera. Sutta terra poi! Ma quandu mai tinni 'na zappa 'nte mani? E ora sotto terra a zappare. Maronna du Carmini, a sudura, a lordia, sta puzza. Torno alla baracca e penso ai figli sempre nascosti che se li scoprono spediscono tutti a casa, e come si fa? Le finestre stanno sempre chiuse e loro non possono piangere, giocare, crescono seri, silenziosi, sempre con gli occhi sgranati come se ascoltassero con quelli. E mia moglie, quanta tristezza, qui ci trattano come cani, non ci vogliono nei loro negozi, nelle loro strade, nelle loro case.... ci chiamano zingari; in una strada 'npicciatu' in un negozio leggo “ Niente cani né italiani”, che vuol dire, che significa, io lavoro mi spezzo la schiena per il loro carbone e se mi pagano, bè quella paga io la ripago cinque , dieci volte di più; vivo in baracche piccole e fetenti lontano dalla città, devo andare fuori a cacare, ecchè manco al mio paese. Era meglio la mia casa con le finestre che guardano le montagne. Io sono un lavoratore e voglio lavorare nel mio proprio paese, non in un altro a fare lo schiavo. Qui non si respira, non respiro.
In 262 siamo morti con la zappa in mano e 136 siamo italiani
La Madre
Pensavo di essere gravida, che guaiu, curria subitu 'nta levatrici << Aiu a partiri cummari. Aiu 'a partiri.>> Mi sembrava di non reggere. E come potevo parlare con mio marito? Tutto era pronto per partire, a Milano i cugini ci aspettavano. Gli uomini avevano lavorato prima in fabbrica, poi erano andati a fare il muratore in Svizzera, guadagnavano beddi sordi, poi 'nci dissiru “Belgio” e iddi iru.
Sutta terra. Quando mi disse “Belgio” sentì un dolore, qui nel petto. <> Solo questo che già mi pareva troppo, e lui rispose << O 'ca zappa o murimu i fami>>
Ma qui non ci vogliono. No no, ci vogliono per lavorare ma non ci vogliono vedere. Abitiamo in baracche fuori dalla città, le strade diventano fango quando piove, manco al paese era così. Quando pioveva l'acqua scorreva sulle strade di pietra lucenti, pulite. Io lavoravo nei campi e qui, in un angolo, ho cercato di creare un pezzetto di paese; certo i pomodori, le cipolle, la lattuga crescono lente, non hanno quel sapore. Devo stare sempre attenta a non fare uscire i bambini, a tenerli chiusi, sono anni che vivono senza vedere le strade, il cielo, la gente. In clandestinità, come animali. E noi siamo stati fortunati i bambini stanno bene, sono di ceppo forte. Altri hanno perso i loro figli e tutto di nascosto hanno dovuto fare, senza medici, senza preti, senza chiese. Di notte, 'nto scuru.
Ma che vita è questa, che morte? Animali, ma non siamo animali.
Poi un giorno non torna, né lui né altri.
Sono fuori sulla porta ,e guardo dritta come in paese quando lui tornava, salendo chino i dieci gradini che separavano la stanza di calzolaio dalla nostra casa. Poi vedo qualcuno salire sulla strada, mi copro gli occhi.
'Ca zappa sutta terra muriu!
I NUOVI SCHIAVI
Nei primi giorni di inizio 2010 si è potuto assistere allo spettacolo, quanto mai anacronistico, stolto e disumano, della cacciata dei nuovi schiavi. Nulla è stato lasciato al caso, né gli insulti, né i ferimenti a colpi d'arma da fuoco, né le botte.
E così la furia cieca è esplosa.
Questi esseri umani, che non conservano i loro nomi appena toccano il suolo italiano, e che d'improvviso vengono chiamati “Paolo”, “Giovanni”, “Massimo” ( ma non per questo, anche se abitano in Italia da decine di anni, vengono accettati come “cittadini italiani”).
Questi esseri umani che si sentono dare del “tu” da ragazzini e persone adulte, anche se loro stessi non saranno più ragazzini ma uomini coi capelli bianchi.
Questi esseri umani che lasciano le difficoltà della loro terra d'Africa, con l'acqua da andare a prendere a km di distanza dalla propria casa; le malattie in-debellate dal morbillo al tifo, dal colera al tetano, alll'AIDS; con le guerre costanti che rendono invivibili i loro migliori territori, rassegnati gli abitanti, guerrieri i bambini. Tutto sotto gli sguardi passivi e indifferenti degli stati occidentali, i quali prendono vita e fervore nazionalista quando vengono compromessi i loro interessi economici, “sporcate” le loro belle città.
Questi esseri umani a un tratto non si arrendono. Si armano con ciò che trovano. Non fanno più eccezioni.
Forse sarà la loro casa di cartone affastellata alla bell'e meglio.
Forse sarà il fuoco nocivo che respirano all'interno dell'edificio dismesso, degradato, che hanno occupato per ripararsi.
Forse sarà il ricordo della loro terra che non gli ha dato possibilità dopo averli bene istruiti, spingendoli verso un'altra terra che infischiandosene delle loro capacità intellettuali, li trasforma in nuovi schiavi, sempre più poveri, senza poter tornare in Patria con acquisite capacità economiche, culturali, imprenditoriali per far crescere i propri figli, se proprio non li vogliamo.
Forse sarà la dignità calpestata ogni giorno, senza potersi alzare al mattino rilassati, arrivare fino in cucina bere un caffè, un tè, del latte, una buona colazione che li ristori e li accompagni decisi verso un bel bagno per i bisogni primari, nel riserbo più totale, per poi fare una tiepida doccia mattutina, quella sferzata d'acqua e profumo che ti farà accogliere ottimista, in strada, qualunque intemperia.
Ecco, questo essere umano ha tutto questo dentro: la famiglia lontana, la propria terra travagliata da violenze e fame e morte, il pregiudizio perché straniero, il razzismo atavico perché diverso, la miseria della propria esistenza, benché abbia cambiato continente per migliorarla, la mancanza di riserbo e decoro .
E' questo che innesca la miccia?
La accende esplodendo in urla e ruggiti e furia selvaggia e devastazione e ancora ti strappa dalla macchina ti strattona e calpesta e spacca vetrine e macchine devastando tutto ciò che incontra, rovesciando cassonetti dell'immondizia sparpagliando con rabbia il contenuto di sacchetti puzzolenti come a farti uguale a lui, qui nella strada, e farti vedere come si vive nella sporcizia, nella puzza, nella fatica quotidiana senza nessun riconoscimento alla fine della giornata, se non una macchina che di notte lo affianca, mentre stanco torna alla sua inospitale casa di cartone e plastica, e lo apostrofa << negro>> e gli chiede il misero salario della giornata, e se non basta gli spara o lo prende a mazzate.
Questo essere umano io non lo giustifico, non ha bisogno della mia giustificazione, né del nostro perdono; questo essere umano, penso, che ha bisogno del nostro rispetto.
Questo essere umano ha tutto il mio rispetto.
Si è ribellato all'ingiustizia e al sopruso. Lui adesso è andato via, chi si ribellerà alla 'ndrangheta? All'Ingiustizia? Tu? Io? Qualcun altro? Si qualcun altro.
Magari questa volta saranno esseri umani venuti dall'Asia, l'India o l'Afghanistan o che so altro... Ma anche lì, caspita mica vivono come noi. Questi sono poveri. Poveri? Vivono fra i rigagnoli di fogna, non è così che li vediamo nei servizi speciali dei TG? Gente sporca, furiosa, misera, che magari ride davanti alle telecamere, e tu a chiederti<< ma di che ridono? Vivono nella merda e ridono. E' che sono incapaci, non saprebbero vivere senza di noi. Io al loro posto mi darei da fare, andrei a lavorare altro che vivere nelle baracche e stare tutto il giorno a togliere le mosche. >> Poi giri gli occhi, i pensieri, la memoria; non ricordi più i racconti dolorosi, rabbiosi, non ricordi più la miseria italiana che spingeva a centinaia di migliaia fuori dal Bel Paese i contadini analfabeti, i “cafoni” di ogni regione a sporcare la bella terra di Francia, Germania, Svizzera, Belgio, Americhe, Australia................................